sabato 25 luglio 2015

I MAGGIORI GUADAGNI SPRONANO LA CRUDELTA' DELL'UOMO


http://www.eticamente.net/wp-content/uploads/2014/05/Limulo-2.jpg


Pochi sanno cosa sia, pochi sanno che esiste e ancora meno sanno che questo animale ha praticamente vissuto con i dinosauri, forse anche prima di loro, si stima possa avere circa 550milioni di anni, ed è arrivato fino a noi attraverso le ere per essere poi brutalizzato dall’uomo.
Il limulo, Limulus polyphemus conosciuto anche come granchio reale, è un artropode chelicerato, unico rappresentante del genere Limulus  diffuso prevalentemente sulla costa est del nord America, dal Maine fino al sud della Florida, e nel golfo del Messicofino alla penisola dello Yucatan annoverabile fra le vittime della moderna medicina. In realtà ha molto poco in comune con i granchi, si può dire che sia più un aracnide, corazzato e in grado di vivere sott’acqua. Un animale strano, non particolarmente affascinante, ma di sicuro curioso, assomiglia molto ad uno strano fossile e la sua particolarità è avere il sangue trasparente che a contatto con l’aria diviene blu.
Ed è proprio questo sangue così particolare che fa di lui una preda così ambita e così vulnerabile.
Nonostante l’aspetto preistorico, è un’animale a tutti gli effetti, e come tale soffre, ha paura e muore.
Un’altra sorprendente caratteristica di questo animale sono gli occhi, infatti il suo apparato visivo è costituito da due occhi laterali composti situati in cima al carapace e 5 occhi semplici sensibili alla luce, di cui due mediani, uno endoparietale e due laterali rudimentali.



Ma perché interessa così tanto alle case farmaceutiche? Perché il suo sangue, ricco di rame, reagisce ai batteri gram-negativi formando coaguli, per questo viene impiegato nel cosiddetto LAL TEST, una test utilizzato per garantire la sterilità e la apirogenicità dei farmaci. Sostanzialmente serve per vedere se un farmaco è contaminato da batteri o meno.
Fu lo scienziato statunitense Frederick B. Bang, in una ricerca scientifica pubblicata nel 1956, a mettere in evidenza questa caratteristica del sangue dei limuli e per le case farmaceutiche si profilò immediatamente un grosso risparmio economico, rispetto alla stabulazione di cavie o conigli utilizzati poi per i vari test.
Questi animali vengono prelevati dal loro habitat nel periodo della riproduzione, quando raggiungono le acque meno profonde della costa, vengono lavati, disinfettati e immobilizzati su una linea di prelievo dove gli viene infilato un ago nel dorso per accedere al loro vaso sanguigno maggiore e prelevare loro il 30% del sangue.
Molti di loro muoiono traumatizzati da queste procedure poco gentili, per usare un’eufemismo, altri muoiono quando vengono ributtati in mare per la troppa debolezza, ma nessuno se ne occupa perché li stanno solo sfruttando non li massacrano. Eppure il National Geographic afferma che su migliaia di animali catturati ne muoiano il 20%… e sono tanti.
Ci sono addirittura campagne per salvare il limulo, ma per quale motivo? Empatia? Amore per la natura? Purtroppo no, è un mero interesse, il limulo serve all’industria farmaceutica e nascono addirittura vasche per l’allevamento e la fecondazione assistita, più limuli uguale più sangue, più sangue uguale più soldi.

 


http://www.eticamente.net/28534/il-limulo-un-animale-che-ha-vissuto-con-i-dinosauri-ed-ora-viene-brutalizzato-dalluomo-video.html

venerdì 17 luglio 2015

EDOARDO BENNATO: LA FATA






Non so a voi, ma a me questa vecchia, e bellissima, canzone di Edoardo Bennato fa pensare alle troppe persone che hanno conservato la loro innocenza e che vengono schiacciate dalla società perché non sanno, o non vogliono, adeguarsi a lei.

domenica 12 luglio 2015

LO SPOT SUI CELLULARI MAI DIFFUSO



Lo spot che vedete è il risultato di una ricerca scientifica che  l’Agenzia della ricerca sul cancro con sede a Lione (Iarc), che fa capo all’Oms, inserisce nella categoria 2B, possibile cancerogeno, le radiazioni emesse dal telefono cellulare.
Lo spot non è mai stato diffuso ma credo che sia importante conoscere i danni che potrebbe causare.

venerdì 26 giugno 2015

DOBBIAMO CORRERE IL RISCHIO

Ridere, è rischiare di apparire matti...
Piangere, è rischiare di apparire sentimentali...
Tendere la mano, significa rischiare di impegnarsi...
Mostrare i sentimenti, è rischiare di esporsi...
Far conoscere le proprie idee ed i propri sogni,
è rischiare di essere respinti...
Amare, è rischiare di non essere contraccambiati...
Vivere, è rischiare di morire...
Sperare, è rischiare di disperare...
Tentare , è rischiare di fallire...
Ma noi dobbiamo correre il rischio!
Il più grande pericolo nella vita è quello di non rischiare.
Colui che non rischia niente, non fa niente,
non ha niente.
 

Rudyard Kipling

lunedì 22 giugno 2015

LA CONVERSIONE DI OSCAR WILDE

In questi giorni in cui l'Irlanda cattolica si scopre “moderna” in molti articoli si parla del più famoso degli omosessuali cattolici: Oscar Wilde, artista geniale dallo spirito sopraffino che affrontò il carcere a causa delle leggi omofobe della Gran Bretagna vittoriana. E' dunque divenuto – comprensibilmente – l'icona dell'orgoglio gay. Peccato che Wilde non ne fosse affatto orgoglioso.

Genio, sregolatezza e pentimento
La vita di Oscar Wilde fu spesso tormentata da un cinico disprezzo per gli altri, come dimostrano i suoi salaci aforismi, dall’assillante ricerca di un piacere trasgressivo fine a sé stesso attraverso ogni tipo di condotta, intrattenendo talvolta rapporti che lo stesso scrittore definirà alla fine della sua vita come umilianti. Nel 1898, all’uscita dal carcere dopo aver scontato due anni per la condanna contro la morale, scrive De Profundis, un romanzo epistolare dedicato proprio al suo amante e causa della sua rovina, Alfred Douglas, al quale ricorda «…solo nel fango ci incontravamo» ed aggiunge: «ma soprattutto mi rimprovero per la completa depravazione etica a cui ti permisi di trascinarmi».

Una conversione autentica
A poche settimane dalla morte, intervistato da un giornalista del Daily Chronicle, dichiarava tra l’altro: «Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni”. Concludeva quindi in maniera risoluta: ”Ho intenzione di esservi accolto al più presto».

In un celebre aforisma dichiarava tra l’ironico e il feroce che: «La Chiesa cattolica è soltanto per i santi ed i peccatori; per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana». Riguardo il peccato e il peccatore, merita di riportare quanto scrive, sempre nel De Profundis: «Il Credo di Cristo non ammette dubbi e che sia il vero Credo io non ho dubbi. Naturalmente il peccatore deve pentirsi. Ma perché? Semplicemente perché altrimenti sarebbe incapace di capire quanto ha fatto. Il momento della contrizione è il momento dell’iniziazione. Di più: è lo strumento con cui muta il proprio passato».

L'esperienza del carcere
Prosegue poi ricordando ciò che affermava la filosofia greca: «Neanche gli dèi possono mutare il passato» ed a questo Wilde risponde: «Cristo dimostrò che il più comune peccatore poteva farlo, che anzi era l’unica cosa che egli sapesse fare. […] È difficile, per la maggior parte della gente, afferrare quest’idea. Oso dire che occorre andare in carcere per capirla bene. In tal caso, forse, vale la pena d’andarvi».

Similmente su questo tema, Wilde confidava all’amico André Gide: «La pietà è un sentimento meraviglioso, che prima non conoscevo […] Sapete quale nobile sentimento sia la pietà? Ringrazio Dio, sì, ogni sera ringrazio Dio in ginocchio di avermela fatta conoscere. Sono entrato in prigione con il cuore di pietra; non pensavo che al mio piacere… Ora il mio cuore si è aperto alla pietà. Ho capito che la pietà è il sentimento più profondo, più bello che esista. Ed ecco perché non serbo rancore verso chi mi ha condannato, né per nessuno dei miei detrattori: è merito loro se ho imparato cos’è la pietà».

Sincero papista

Oscar Wilde ebbe anche l'occasione di incontrare due Papi nel visitare Roma. Il primo fu Pio IX, che suscitò in lui tale entusiasmo da dedicargli la poesia Urbis Sacra Aeterna, inserita in seguito in una raccolta di liriche dal titolo assai significativo Rosa Mystica, l’altro fu il successore, Leone XIII, per il quale tra l’altro scrive: «Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli apostoli e padre della cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentii la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto e ne provai piena consapevolezza». Wilde fu caustico con le religioni, ma mai dissacrante...

Una comitiva complessa
Molti degli amici di Oscar Wilde che con lui condividevano l'amore per gli eccessi si convertì al cattolicesimo a cominciare proprio da Alfred Douglas, l’amante per il quale Wilde finì in carcere, ed anche suo padre, il marchese Queensberry, che essendosi dichiarato sempre ateo e materialista, in punto di morte si convertì alla Chiesa cattolica.
Similmente a Robert Ross, il suo migliore amico che lo assistette fino all’ultimo, ma anche suo figlio Vivian, John Gray (che ispirò il famoso racconto di Dorian Gray), divenne addirittura sacerdote assai apprezzato in Scozia. Si convertì anche pittore Aubrey Beardsley. Hunter Blair prese l’abito benedettino e il poeta Andrè Raffalovich divenne terziario domenicano. Improbabile che tutto questo sia un caso .

Come spiega Paolo Gulisano, scrittore e saggista esperto del mondo britannico (è autore di diversi volumi su Tolkien, Lewis, Chesterton e Belloc) che ha qualche tempo fa ha pubblicato: Il Ritratto di Oscar Wilde (Editrice Ancora, pag 190 euro 14), in una intervista a Zenit:


«Non solo un’esteta, il cantore dell’effimero, il brillante protagonista dei salotti londinesi, ma anche un uomo che dietro la maschera dell’amoralità si interrogava e invitava a porsi il problema di ciò che fosse giusto o sbagliato, vero o falso, persino nelle sue principali commedie degli equivoci. Wilde è ancora oggi una icona gay per il celebre processo subito che segnò la fine della sua fortuna».

Può riassumere in breve la vicenda giudiziaria ed anche la correzione di prospettiva che lei introduce?Gulisano: «Wilde non può essere definito tout court “Gay”: aveva amato profondamente sua moglie, dalla quale aveva avuto due figli che aveva sempre amato teneramente e ai quali, da bambini, aveva dedicato alcune tra le più belle fiabe mai scritte, quali Il Gigante egoista o Il Principe Felice. Il processo fu un guaio in cui finì per aver querelato per diffamazione il Marchese di Queensberry, padre del suo amico Bosie, che lo aveva accusato di “atteggiarsi a sodomita”. Al processo Wilde si trovò di fronte l’avvocato Carson, che odiava irlandesi e cattolici, e la sua condanna non fu soltanto il risultato dell’omofobia vittoriana».

Qual è stato il tormentato rapporto tra Wilde e la verità cattolica, rapporto che è un po' il file rouge del suo lavoro?Gulisano: «Il cammino esistenziale di Oscar Wilde può anche essere visto come un lungo e difficile itinerario di conversione al cattolicesimo. Una conversione di cui nessuno parla, e che fu una scelta meditata a lungo, e a lungo rimandata, anche se - con uno dei paradossi che tanto amava -, Wilde affermò un giorno a chi gli chiedeva se non si stesse avvicinando troppo pericolosamente alla Chiesa Cattolica: "Io non sono un cattolico. Io sono semplicemente un acceso papista". Dietro la battuta c’è la complessità della vita che può essere vista come una lunga e difficile marcia di avvicinamento al Mistero, a Dio».

Lucandrea Massaro

http://www.aleteia.org/it/stile-di-vita/articolo/la-conversione-di-oscar-wilde-5802072632983552

martedì 9 giugno 2015

IMMIGRATI E RIFUGIATI


Da qualche parte è scritto che due degli eventi più traumatici in una vita normale sono il lutto e il cambiamento della casa. Ciò è vero in una vita normale. 
Ma molte persone vivono in situazioni anomale nelle quali c'è conflitto e l'unico modo per sfuggirvi è abbandonare tutto e scappare. Spesso accade che se il conflitto è troppo vicino, diventa troppo tardi per organizzarsi in modo appropriato: è una esperienza di traumi profondi che traumatizza e ferisce dai più giovani ai molto anziani. 
Non ci sorprende che i rifugiati comprendano appieno il valore di un caldo benvenuto e l'accoglienza rispettosa di coloro che li ricevono.
Al termine del messale giornaliero ci sono solitamente le preghiere per la pioggia o per il bel tempo, per scongiurare uragani, terremoti e carestie. 
C'è anche una meravigliosa preghiera per i rifugiati e gli esiliati:

Signore, nessun essere umano ti è estraneo e nessuno è così lontana da non poter essere aiutato da te; non dimenticare i rifugiati, gli esiliati ed i bambini separati dalla loro famiglia. Fai che le loro sofferenze abbiano temine e fai che anche noi possiamo accogliere coloro che il mondo ha respinto. Aiutaci ad avere lo stesso amore e rispetto che tu nutri per loro. Per nostro Signore Gesù Cristo.

Gerard J. Clarke SJ, estratto da Preghiera VIva

giovedì 21 maggio 2015

IL CONTINUUM

Jean Liedloff, psicoteraupeta nata e vissuta a New York, intorno agli anni sessanta ha avuto l’occasione di condividere parte del suo tempo con popolazioni dell’“età della pietra”; è convivendo, in particolare con le tribù indios degli Yequana, che ha elaborato e reso noto il rispetto per le esigenze legate al continuum di ogni individuo.
Per continuum si intendono quelle aspettative insite in ciascun neonato che, se assecondate, permettono lo sviluppo di una personalità completa, serena e appagata. Le osservazioni sul vissuto degli Yequana, il loro profondo rispetto per le individualità di ciascuno, siano essi adulti o bambini, ed il loro benessere quotidiano, ha portato la Liedloff a comparare il loro modo di vivere con il nostro mondo civilizzato e ad individuare nel loro modo di rapportarsi col bambino, il miglior modello possibile da seguire.
La Liedloff, nel suo libro “Il concetto del continuum”, non ci propone un ritorno all’età della pietra, bensì, una riflessione sul nostro mondo civilizzato affinché vengano riscoperte ed accettate le modalità idonee a soddisfare le aspettative innate, previste dall’evoluzione, in quanto ella ha individuato in questa mancanza il motivo per cui tra gli Yequana esiste qualcosa che è molto raro nel nostro stile di vita: la vera gioia.
Il nostro mondo civilizzato, infatti, priva il neonato delle esperienze previste dal continuum che si rivelano necessarie affinché si sviluppi in modo completo il suo potenziale innato; la conseguenza di questa deprivazione persisterà indiscriminatamente come parte del suo sviluppo a discapito della sensazione di armonia prevista dalla natura. Spesso, infatti, queste traumatiche privazioni infantili costituiscono le premesse per la formazione di individui ansiosi, sradicati, aggressivi.
Dunque, quali sono le aspettative del continuum che si sono palesate alla Liedloff nella convivenza con questo popolo così vicino al nostro modo di essere secondo natura?
Innanzitutto il bambino alla nascita esige contatto fisico: la fase in braccio è, infatti, la prima aspettativa del bambino. I nostri antenati camminavano su tutte e quattro le zampe e i bambini si aggrappavano, per sopravvivere, ai peli della madre. Nel momento in cui ci siamo rizzati sulle gambe posteriori liberando così le mani della madre, è toccato a lei mantenere questo contatto. Per milioni di anni i bambini appena nati sono stati tenuti vicini alle loro madri sin dal momento della nascita. Il fatto che ad un certo punto si sia deciso di credere che mantenere questo contatto fosse facoltativo non cambia minimamente la pressante necessità del bambino di essere abbracciato.
Nel mondo civilizzato veniamo privati di quasi tutta l’esperienza in braccio e di gran parte di quella successivamente prevista.
Sin dalla nascita veniamo disgiunti dal nostro continuum umano. La separazione dal corpo materno è una pratica diffusa in molti ospedali moderni e, una volta a casa, la madre, nella convinzione culturale che il pianto del bambino sia qualcosa da combattere e non, come è in realtà, un campanello di allarme che vuole chiamare l’unica fonte di rassicurazione di cui necessita, prosegue, grazie all’ausilio di carrozzine, culle e box a tenere separato il bambino. E’ così che il desiderio dell’esperienza in braccio accompagna tutto l’arco dello sviluppo della mente e del corpo in attesa di essere appagato e si creano le premesse per uno sviluppo di personalità incomplete, sempre alla ricerca di qualcosa.
L’opinione diffusa è che portare il bambino in braccio gli impedisca di diventare indipendente e di acquisire fiducia in sé. Tuttavia, l’autrice del libro sovverte questa convinzione, portando l’esempio dei bambini Yequana, i quali, dopo aver trascorso i primi sei otto mesi in braccio, quando iniziano a gattonare e poi a camminare, si allontanano progressivamente dalla madre, della quale richiedono il conforto del contatto fisico solo in casi di emergenza. La madre, offrendo una guida minima indispensabile, fornisce al suo bambino la giusta dose di sicurezza per esplorare l’ambiente circostante; il suo ruolo è semplicemente quello di essere disponibile quando egli si rivolge a lei o quando la invoca.
Le aspettative del bambino sono le medesime che ebbero i suoi antenati e, dunque, egli si aspetta lo spazio e la libertà di potersi muovere in esso; nella fase di gattonamento egli ha sete di esperienze pertanto si concentra sempre meno sul tipo di circostanze e trattamento. Inoltre dimostra di avere tendenze verso gli esperimenti e la prudenza, infatti, generalmente le sue prime spedizioni sono brevi e prudenti e non c’è quasi bisogno che sua madre o chi o accudisce gli dia una mano nelle sue attività.
La donna Yequana non impone la sua volontà sul figlio, non dirige la sua attività né lo difende dai pericoli da cui sa che può guardarsi da solo.
Un’altra caratteristica del continuum, infatti, è far sì che il bambino, come tutti i cuccioli di animali, abbia un acuto senso di autoconservazione e una coscienza realistica delle proprie capacità. Il popolo Yequana, conoscendo le grandi doti di autodifesa dei loro bambini, permettono loro di giocare intorno a corsi d’acqua, senza impedimenti, così come di utilizzare liberamente coltelli affilati e tizzoni ardenti. Eppure, quanto constata la Liedloff è che ci sono molti più incidenti tra i bambini ultra protetti del mondo civilizzato piuttosto che tra gli Yequana dove i pericoli offerti dall’ambiente sono sicuramente maggiori. Le madri hanno fiducia nel bambino e non troncano le sue iniziative, contrariamente alle madri del mondo civilizzato, poiché confidano nella capacità di auto-protezione. Questa assunzione di responsabilità è un elemento che rientra nelle aspettative di ognuno, tuttavia, avere fiducia è uno dei problemi più spinosi per chiunque desideri applicare i principi del continuum nella vita “civilizzata”.
Il bambino, per il popolo Yequana, è qualcosa di positivo, sotto tutti gli aspetti, pertanto, tra essi non esiste il concetto di “bambino cattivo o bravo”. Si parte dal presupposto che le motivazioni di un bambino siano sociali e non antisociali, pertanto, ciò che fa viene accettato come un atto di una creatura innatamente “giusta”. Questo presupposto di positività, o antisocialità, in quanto caratteristica intrinseca della natura umana, è l’essenza dell’atteggiamento degli Yequana verso gli altri, di qualunque età essi siano.

Jean Liedloff, psicoteraupeta nata e vissuta a New York, intorno agli anni sessanta ha avuto l’occasione di condividere parte del suo tempo con popolazioni dell’“età della pietra”; è convivendo, in particolare con le tribù indios degli Yequana, che ha elaborato e reso noto il rispetto per le esigenze legate al continuum di ogni individuo.
Per continuum si intendono quelle aspettative insite in ciascun neonato che, se assecondate, permettono lo sviluppo di una personalità completa, serena e appagata. Le osservazioni sul vissuto degli Yequana, il loro profondo rispetto per le individualità di ciascuno, siano essi adulti o bambini, ed il loro benessere quotidiano, ha portato la Liedloff a comparare il loro modo di vivere con il nostro mondo civilizzato e ad individuare nel loro modo di rapportarsi col bambino, il miglior modello possibile da seguire.

Jean Liedloff e la tribù degli Yequana
La Liedloff, nel suo libro “Il concetto del continuum”, non ci propone un ritorno all’età della pietra, bensì, una riflessione sul nostro mondo civilizzato affinché vengano riscoperte ed accettate le modalità idonee a soddisfare le aspettative innate, previste dall’evoluzione, in quanto ella ha individuato in questa mancanza il motivo per cui tra gli Yequana esiste qualcosa che è molto raro nel nostro stile di vita: la vera gioia.
Il nostro mondo civilizzato, infatti, priva il neonato delle esperienze previste dal continuum che si rivelano necessarie affinché si sviluppi in modo completo il suo potenziale innato; la conseguenza di questa deprivazione persisterà indiscriminatamente come parte del suo sviluppo a discapito della sensazione di armonia prevista dalla natura. Spesso, infatti, queste traumatiche privazioni infantili costituiscono le premesse per la formazione di individui ansiosi, sradicati, aggressivi.
Dunque, quali sono le aspettative del continuum che si sono palesate alla Liedloff nella convivenza con questo popolo così vicino al nostro modo di essere secondo natura?

Innanzitutto il bambino alla nascita esige contatto fisico: la fase in braccio è, infatti, la prima aspettativa del bambino. I nostri antenati camminavano su tutte e quattro le zampe e i bambini si aggrappavano, per sopravvivere, ai peli della madre. Nel momento in cui ci siamo rizzati sulle gambe posteriori liberando così le mani della madre, è toccato a lei mantenere questo contatto. Per milioni di anni i bambini appena nati sono stati tenuti vicini alle loro madri sin dal momento della nascita. Il fatto che ad un certo punto si sia deciso di credere che mantenere questo contatto fosse facoltativo non cambia minimamente la pressante necessità del bambino di essere abbracciato.
Nel mondo civilizzato veniamo privati di quasi tutta l’esperienza in braccio e di gran parte di quella successivamente prevista.
Sin dalla nascita veniamo disgiunti dal nostro continuum umano. La separazione dal corpo materno è una pratica diffusa in molti ospedali moderni e, una volta a casa, la madre, nella convinzione culturale che il pianto del bambino sia qualcosa da combattere e non, come è in realtà, un campanello di allarme che vuole chiamare l’unica fonte di rassicurazione di cui necessita, prosegue, grazie all’ausilio di carrozzine, culle e box a tenere separato il bambino. E’ così che il desiderio dell’esperienza in braccio accompagna tutto l’arco dello sviluppo della mente e del corpo in attesa di essere appagato e si creano le premesse per uno sviluppo di personalità incomplete, sempre alla ricerca di qualcosa.

L’opinione diffusa è che portare il bambino in braccio gli impedisca di diventare indipendente e di acquisire fiducia in sé. Tuttavia, l’autrice del libro sovverte questa convinzione, portando l’ esempio dei bambini Yequana, i quali, dopo aver trascorso i primi sei otto mesi in braccio, quando iniziano a gattonare e poi a camminare, si allontanano progressivamente dalla madre, della quale richiedono il conforto del contatto fisico solo in casi di emergenza. La madre, offrendo una guida minima indispensabile, fornisce al suo bambino la giusta dose di sicurezza per esplorare l’ambiente circostante; il suo ruolo è semplicemente quello di essere disponibile quando egli si rivolge a lei o quando la invoca.
Le aspettative del bambino sono le medesime che ebbero i suoi antenati e, dunque, egli si aspetta lo spazio e la libertà di potersi muovere in esso; nella fase di gattonamento egli ha sete di esperienze pertanto si concentra sempre meno sul tipo di circostanze e trattamento. Inoltre dimostra di avere tendenze verso gli esperimenti e la prudenza, infatti, generalmente le sue prime spedizioni sono brevi e prudenti e non c’è quasi bisogno che sua madre o chi o accudisce gli dia una mano nelle sue attività.
La donna Yequana non impone la sua volontà sul figlio, non dirige la sua attività né lo difende dai pericoli da cui sa che può guardarsi da solo.

Un’altra caratteristica del continuum, infatti, è far sì che il bambino, come tutti i cuccioli di animali, abbia un acuto senso di autoconservazione e una coscienza realistica delle proprie capacità. Il popolo Yequana, conoscendo le grandi doti di autodifesa dei loro bambini, permettono loro di giocare intorno a corsi d’acqua, senza impedimenti, così come di utilizzare liberamente coltelli affilati e tizzoni ardenti. Eppure, quanto constata la Liedloff è che ci sono molti più incidenti tra i bambini ultra protetti del mondo civilizzato piuttosto che tra gli Yequana dove i pericoli offerti dall’ambiente sono sicuramente maggiori. Le madri hanno fiducia nel bambino e non troncano le sue iniziative, contrariamente alle madri del mondo civilizzato, poiché confidano nella capacità di auto-protezione. Questa assunzione di responsabilità è un elemento che rientra nelle aspettative di ognuno, tuttavia, avere fiducia è uno dei problemi più spinosi per chiunque desideri applicare i principi del continuum nella vita “civilizzata”.
Il bambino, per il popolo Yequana, è qualcosa di positivo, sotto tutti gli aspetti, pertanto, tra essi non esiste il concetto di “bambino cattivo o bravo”. Si parte dal presupposto che le motivazioni di un bambino siano sociali e non antisociali, pertanto, ciò che fa viene accettato come un atto di una creatura innatamente “giusta”. Questo presupposto di positività, o antisocialità, in quanto caratteristica intrinseca della natura umana, è l’essenza dell’atteggiamento degli Yequana verso gli altri, di qualunque età essi siano.

Il presupporre una socialità innata è in diretto contrasto con la cultura del mondo civilizzato che tende ad intervenire sulle scelte di comportamento per fare del bambino un individuo sociale, allontanandolo dal suo percorso naturale.
Così come previsto dal continuum, l’atteggiamento tipico degli Yequana, siano essi adulti o bambini consiste nel non persuadere gli altri. La volontà del bambino è il suo organo motore, pertanto non c’è alcuna imposizione da parte degli adulti: come giocare, quanto mangiare, quando dormire, e così via, sono scelte che spettano al bambino. Lasciare al bambino la scelta sin da tenera età permette di ottenere la massima efficienza del suo spirito critico, sia nel delegare sia nel prendere decisioni.
Dunque, il concetto del continuum su cui la Liedloff ha posto l’accento consiste nel far sì che il bambino si sviluppi secondo quanto previsto dall’evoluzione, pertanto, le esperienze di cui, istintivamente, necessita il bambino passano da una ricca esperienza “in braccio” ad una prudente e, via via, sempre maggiore esplorazione dell’ambiente che gli consentono di acquisire fiducia nelle proprie capacità e benessere personale, grazie al soddisfacimento delle sue aspettative innate. 

Valeria Montuori

LA STORIA DI UNA DONNA AFRICANA CHE VIVE NEL REGNO UNITO



Sono nata e cresciuta in Kenya e Costa d’Avorio e dall’età di 15 anni ho vissuto nel Regno Unito. Tuttavia, ho sempre saputo che volevo crescere i miei figli (quando li avrei avuti) a casa in Kenya. Si ero certa che ne avrei avuti.
Sono una moderna donna africana, con due lauree, faccio parte della generazione di donne che lavora, ma quando si tratta di bambini, sono tipicamente africana.
Il presupposto rimane che non si è completi senza di loro, i bambini sono una benedizione che sarebbe folle evitarli. In realtà la questione non si pone neppure. Ho iniziato la mia gravidanza nel Regno Unito. La voglia di tornare a casa era così forte che ho venduto la mia licenza, ho impostato una nuova attività e cambiato casa e paese entro i primi cinque mesi di gravidanza.
Ho fatto quello che la maggioranza delle donne nel Regno Unito fanno, ho letto voracemente: i nostri bambini, noi stessi, Unconditional Parenting e l’elenco potrebbe continuare. (Mia nonna ha poi commentato che i bambini non leggono libri e davvero tutto quello che dovevo fare era “leggere” il mio bambino).
Tutto quello che ho letto, spiegava che i bambini africani piangevano meno dei bambini europei. Ero incuriosito sul perché. Quando sono tornata a casa ho osservato. Ho guardato e madri e bambini erano ovunque, anche se molte giovani africane, prima delle sei settimane del neonato stanno principalmente a casa. La prima cosa che ho notato è che, nonostante la loro ubiquità, in realtà era abbastanza difficile “vedere” un bambino keniota.
Di solito sono incredibilmente ben avvolti prima di essere trasportati o legati sulle loro madri (a volte sul padre). Anche i bambini più grandi che vengono portati sulla schiena vengono ulteriormente protetti dalle intemperie da una grande coperta. Saresti fortunato a scorgere un arto, figuriamoci un occhio o il naso. La protezione è una replica come dell'”utero”. I bambini sono letteralmente protetti dallo stress del mondo esterno in cui stanno entrando.
La mia seconda osservazione invece fu di tipo culturale.
Nel Regno Unito, si è capito che i bambini piangono. In Kenya, è tutto il contrario. La normalità è che i bambini non piangono. Se lo fanno, qualcosa è terribilmente sbagliato e deve essere corretto immediatamente. Mia cognata inglese ha riassunto bene la situazione: “La gente qui, in realtà non ama i bambini che piangono, vero?”
Tutto ha preso molto più senso quando finalmente mia nonna è venuta a trovarmi. Come è normale, il mio bambino ha pianto per una discreta quantità di tempo. Esasperata e stanca, ho dimenticato tutto quello che avevo letto e, a volte mi sono unita al pianto. Eppure, per mia nonna era semplice: “Nyonyo (allattalo)!“.